domenica, gennaio 29, 2006

XXVIII, allora: la mia Asahi Spotmatic SP500

Quindi me l’avevano prestata per un paio d’anni – tantissimo tempo: alle cose ti ci leghi, in un paio d’anni - e mi aveva affascinato – questa macchina – e poi ne ero stato privato, improvvisamente, e una domenica pomeriggio pigrissima di navigattolate in internet ero finito per caso a curiosare su ebay, e per caso mi era venuto in mente che non avevo mai guardato se su ebay ci fossero delle reflex come quella, in asta, e reflex come quella in asta ce n’erano – ce n’era una, in Italia, in vantate ottime condizioni, e l’asta sarebbe scaduta entro poco e non c’erano offerte ed il prezzo era accessibile – qualcosa tipo settanta, ottanta euro: ho fatto l’offerta, schivando blandi tentativi di resistenza alla spesa, e il giorno dopo ho vinto l’asta.
In ottime condizioni lo era davvero, quando è arrivata.
Mentre tento blandamente di resistere alla spesa, cerco di capire se la macchina è effettivamente dello stesso modello di quella cui mi ero legato, in un forte sentimento di voglio-quella-solo-quella, e pesco così un sito che mi racconta un sacco di cose, su questa macchina, tra cui una piccola curiosità come questa: mi racconta che la Asahi ha prodotto nel 1971 una serie di macchine fotografiche, delle quali la Spotmatic II era il modello principale - la SP500 doveva esserne la versione a basso costo. L’aneddoto è che alla Asahi non avevano idea di cosa volesse dire produrre un modello a basso costo, per cui hanno pensato di ridurre il tempo di esposizione minimo da 1/1000 a 1/500, ma tutto quello che in realtà hanno fatto è stato cambiare l’incisione sulla manopola, lasciando inalterato il meccanismo di apertura in sé, per cui tu puoi girare la manopola su uno scatto che si sente oltre quello dell’1/500, e ti trovi ad avere il tempo di esposizione di 1/1000, né più né meno.
Lo stesso articolo mi ha spiegato a cosa serve la levetta nera che sta di fianco all’innesto dell’obiettivo; mi ha detto che l’obiettivo Super-Takumar che le Spotmatic montano di base supera tutte le lenti che trovi in commercio ancora oggi – questo pezzo termina con un rassicurante If you see a Super-Takumar, buy it – e mi dice che una cosa meravigliosa di questa macchina è che quanto attivi l’esposimetro, automaticamente ottieni la Profondità di Campo, e questa è una cosa che molte macchine d’oggi non hanno – io non ho ben chiaro cosa significhi, tutto questo, ma mi sembra fico; e infine l’articolo mi spiega ben-bene delle cose a proposito del circuito tensione-indipendente della macchina, in modo che io ho potuto andare dall’orologiaio di quartiere a farmi montare una normale batteria per orologi, mentre in un celebre negozio di fotografia del centro sono caduti dalle nuvole e hanno tentato di affabularmi di discorsi, che non era possibile farci nulla e che avrei dovuto contattare questo Esperto Di Batterie Di Macchine Fotografiche Reflex, e che probabilmente non c’era speranza di rintracciare fondi di magazzino delle sole-ed-uniche batterie d’epoca utilizzabili con la mia reflex, ecco. [e il sito è: www.photoethnography.com]

sabato, gennaio 28, 2006

XXVII, su questa mensola, quindi (3)

Tenendo conto che della mia reflex si parlerà quanto prima.
Il mio lettore cd portatile, un Panasonic SL-SX418 – uno dei primi a leggere anche i cd di mp3 ed ad avere un prezzo decente; i due display rotondi a cristalli liquidi sono ridotti a contenitori di chiazze nere perché una volta, inavvertitamente, mi ci sedetti sopra avendolo, il lettore cd, nella tasca di dietro dei pantaloni; le due chiazze nere sono comunicanti, sotto lo chassis del lettore, ed ogni tanto cambiano forma, fluidamente. Dentro al lettore c’è ancora l’ultimo cd che ho ascoltato prima di capire, con la dovuta calma o pigrizia, che col palmare si possono anche ascoltare gli mp3; questo ultimo cd è Defense mechanizms di Michael Harris, ed è originale, pure. // La tastiera portatile e ripiegabile, insostituibile accessorio per il palmare, d’un modello voglio-solo-quello che avevo cercato su ebay, ottimo nella risposta dei tasti ma col difetto di non aver lettere accentate, per cui quando scrivi sei costretto a tenere a portata di mano lo stilo, per inserire le lettere accentate via touch screen, oppure ti tocca correggere tutti gli scritti in una successiva fase di editing fonetico obbligato. //

venerdì, gennaio 27, 2006

XXVI, su questa mensola, quindi (2)

// Una busta bianca con la mittenza della Ditta, indirizzata all’Ufficio Lavori Pubblici di un comune dell’hinterland vicentino – una busta mai spedita, con sul retro una serie di appunti, in forma tabulare, linee criptiche scritte a matita, cose da tenere a mente per eventuali, successivi post per il mio blog ufficiale. // Un estratto conto bancario non aperto. // Coordinate geografiche e telefoniche delle vacanze dei miei, la scorsa estate - per ogni evenienza: un residence a Carantec [dipartimento 29 - Finistère, Francia], un appartamento in affitto a Pons [dipartimento 17 - Charente Maritime, Francia]. // Alcuni fogli a4 bianchi. // Una busta da tabaccheria – di quelle dove i tabaccai ti mettono dentro buste e francobolli e penne, per dire – con dentro due fogli di etichette rotonde e tredici foto di morti; su un lato della busta c’è disegnata una mappa sommaria del nuovo ufficio della Ditta ed è scribacchiata una lista di cose da comprare per iniziare a renderlo vivibile, tipo i tavoli. // Due chine Pelikan: un carminio (2) e un seppia (15). // Per morti intendevo foto di cantiere di sepolture longobarde, eh. // Un temperamatite di grigio metallo, senza fronzoli. // Un scoria grande come una moneta e spessa poco meno di un centimetro, irregolare e butterata ed esteticamente brutta come tutte le scorie della fusione dei metalli, ma pregna di valori affettivi, perché questa scoria l’abbiamo prodotta noi della Ditta, fondendo il bronzo a forza di mantici – e quindi a forza di braccia – durante una ricostruzione archeosperimentale della produzione di oggetti in bronzo à la età del Bronzo. //