domenica, gennaio 29, 2006

XXVIII, allora: la mia Asahi Spotmatic SP500

Quindi me l’avevano prestata per un paio d’anni – tantissimo tempo: alle cose ti ci leghi, in un paio d’anni - e mi aveva affascinato – questa macchina – e poi ne ero stato privato, improvvisamente, e una domenica pomeriggio pigrissima di navigattolate in internet ero finito per caso a curiosare su ebay, e per caso mi era venuto in mente che non avevo mai guardato se su ebay ci fossero delle reflex come quella, in asta, e reflex come quella in asta ce n’erano – ce n’era una, in Italia, in vantate ottime condizioni, e l’asta sarebbe scaduta entro poco e non c’erano offerte ed il prezzo era accessibile – qualcosa tipo settanta, ottanta euro: ho fatto l’offerta, schivando blandi tentativi di resistenza alla spesa, e il giorno dopo ho vinto l’asta.
In ottime condizioni lo era davvero, quando è arrivata.
Mentre tento blandamente di resistere alla spesa, cerco di capire se la macchina è effettivamente dello stesso modello di quella cui mi ero legato, in un forte sentimento di voglio-quella-solo-quella, e pesco così un sito che mi racconta un sacco di cose, su questa macchina, tra cui una piccola curiosità come questa: mi racconta che la Asahi ha prodotto nel 1971 una serie di macchine fotografiche, delle quali la Spotmatic II era il modello principale - la SP500 doveva esserne la versione a basso costo. L’aneddoto è che alla Asahi non avevano idea di cosa volesse dire produrre un modello a basso costo, per cui hanno pensato di ridurre il tempo di esposizione minimo da 1/1000 a 1/500, ma tutto quello che in realtà hanno fatto è stato cambiare l’incisione sulla manopola, lasciando inalterato il meccanismo di apertura in sé, per cui tu puoi girare la manopola su uno scatto che si sente oltre quello dell’1/500, e ti trovi ad avere il tempo di esposizione di 1/1000, né più né meno.
Lo stesso articolo mi ha spiegato a cosa serve la levetta nera che sta di fianco all’innesto dell’obiettivo; mi ha detto che l’obiettivo Super-Takumar che le Spotmatic montano di base supera tutte le lenti che trovi in commercio ancora oggi – questo pezzo termina con un rassicurante If you see a Super-Takumar, buy it – e mi dice che una cosa meravigliosa di questa macchina è che quanto attivi l’esposimetro, automaticamente ottieni la Profondità di Campo, e questa è una cosa che molte macchine d’oggi non hanno – io non ho ben chiaro cosa significhi, tutto questo, ma mi sembra fico; e infine l’articolo mi spiega ben-bene delle cose a proposito del circuito tensione-indipendente della macchina, in modo che io ho potuto andare dall’orologiaio di quartiere a farmi montare una normale batteria per orologi, mentre in un celebre negozio di fotografia del centro sono caduti dalle nuvole e hanno tentato di affabularmi di discorsi, che non era possibile farci nulla e che avrei dovuto contattare questo Esperto Di Batterie Di Macchine Fotografiche Reflex, e che probabilmente non c’era speranza di rintracciare fondi di magazzino delle sole-ed-uniche batterie d’epoca utilizzabili con la mia reflex, ecco. [e il sito è: www.photoethnography.com]

sabato, gennaio 28, 2006

XXVII, su questa mensola, quindi (3)

Tenendo conto che della mia reflex si parlerà quanto prima.
Il mio lettore cd portatile, un Panasonic SL-SX418 – uno dei primi a leggere anche i cd di mp3 ed ad avere un prezzo decente; i due display rotondi a cristalli liquidi sono ridotti a contenitori di chiazze nere perché una volta, inavvertitamente, mi ci sedetti sopra avendolo, il lettore cd, nella tasca di dietro dei pantaloni; le due chiazze nere sono comunicanti, sotto lo chassis del lettore, ed ogni tanto cambiano forma, fluidamente. Dentro al lettore c’è ancora l’ultimo cd che ho ascoltato prima di capire, con la dovuta calma o pigrizia, che col palmare si possono anche ascoltare gli mp3; questo ultimo cd è Defense mechanizms di Michael Harris, ed è originale, pure. // La tastiera portatile e ripiegabile, insostituibile accessorio per il palmare, d’un modello voglio-solo-quello che avevo cercato su ebay, ottimo nella risposta dei tasti ma col difetto di non aver lettere accentate, per cui quando scrivi sei costretto a tenere a portata di mano lo stilo, per inserire le lettere accentate via touch screen, oppure ti tocca correggere tutti gli scritti in una successiva fase di editing fonetico obbligato. //

venerdì, gennaio 27, 2006

XXVI, su questa mensola, quindi (2)

// Una busta bianca con la mittenza della Ditta, indirizzata all’Ufficio Lavori Pubblici di un comune dell’hinterland vicentino – una busta mai spedita, con sul retro una serie di appunti, in forma tabulare, linee criptiche scritte a matita, cose da tenere a mente per eventuali, successivi post per il mio blog ufficiale. // Un estratto conto bancario non aperto. // Coordinate geografiche e telefoniche delle vacanze dei miei, la scorsa estate - per ogni evenienza: un residence a Carantec [dipartimento 29 - Finistère, Francia], un appartamento in affitto a Pons [dipartimento 17 - Charente Maritime, Francia]. // Alcuni fogli a4 bianchi. // Una busta da tabaccheria – di quelle dove i tabaccai ti mettono dentro buste e francobolli e penne, per dire – con dentro due fogli di etichette rotonde e tredici foto di morti; su un lato della busta c’è disegnata una mappa sommaria del nuovo ufficio della Ditta ed è scribacchiata una lista di cose da comprare per iniziare a renderlo vivibile, tipo i tavoli. // Due chine Pelikan: un carminio (2) e un seppia (15). // Per morti intendevo foto di cantiere di sepolture longobarde, eh. // Un temperamatite di grigio metallo, senza fronzoli. // Un scoria grande come una moneta e spessa poco meno di un centimetro, irregolare e butterata ed esteticamente brutta come tutte le scorie della fusione dei metalli, ma pregna di valori affettivi, perché questa scoria l’abbiamo prodotta noi della Ditta, fondendo il bronzo a forza di mantici – e quindi a forza di braccia – durante una ricostruzione archeosperimentale della produzione di oggetti in bronzo à la età del Bronzo. //

giovedì, gennaio 26, 2006

XXV, su questa mensola, quindi (1)

Oltre a queste periferiche informatiche, e cioè uno scanner Canoscan N650U, piattissimo e funzionale, due piccole casse nere con treppiedini neri e connessioni nere che scendono dietro la scrivania verso un woofer nero anch'esso, e un router adsl la cui storia meriterebbe d'occupare un posto d'onore tra i Grandi Romanzi Picareschi dell'Umanità.
Due vocabolari, e cioè un Castiglioni-Mariotti (IL) della lingua latina e un Devoto-Oli della lingua italiana, entrambi comprati usati nella libreria dove lavoravo, sottostando ai primi impulsi della mia Seconda Nascita - quella Umanistica. // Supporti mediatici non miei: un cd originale degli Ozric Tentacles, Erpland (un giovane archeologo); il dvd di Traffic (C.); un libro divulgativo, I paleoveneti (datore di lavoro). // Libri:
  1. Cesarotti M. - Le poesie di Ossian - Salerno
  2. Artusi P. - La Scienza in cucina e l'Arte di mangiar bene - Giunti
  3. Amado J. - Dona Flor e i suoi due mariti - La Repubblica/Novecento
  4. Rabelais F. - Gargantua e Pantagruele - Sansoni
  5. Melville H. - Bartleby lo scrivano - Feltrinelli

dei quali: (28), letto tutto, per il corso monografico dell'esame di Letteratura Italiana, e adorato per frasi che dicono cose del tipo Lo scorgono errare da solo - lo scorgono, e muoiono; (30), abbandonato poco prima della metà, a riprova del fatto che i sudamericani mi stanno sul cazzo e sono insopportabili; (31), abbandonato alla fine del primo libro per averlo iniziato in un momento poco propizio, di bassa concentrazione. // La sovracoperta de I racconti dell'arcobaleno, W.T. Vollmann, anch'esso abbandonato attorno alla metà, per sopraggiunta necessità di qualcosa di più leggero. //

sabato, gennaio 21, 2006

XXIV, legno e mattoni

Con un'asse di legno di un metro e mezzo circa di lunghezza e due pile di quattro mattoni pieni mi sono fatto una mensola - recupero del più articolato sistema di mensole che avevo realizzato nell'antro in affitto poco più di un anno fa, quando ho tentato di abbandonare il nido familiare - e questa singola mensola sta ora in fondo al ripiano della mia scrivania, nella parte di destra, e sotto ci sono belli ordinati i libri finora censiti, mentre sopra ci sono alcune periferiche informatiche ed altri libri e oggetti, dei quali si vedrà a suo tempo.
C'è quest'episodio dei Simpsons nel quale Homer è costretto ad iscriversi al college per seguire il corso Principi di fisica nucleare, ed è convinto che il college sia ancora come poteva esserlo negli anni settanta, e ad un certo punto a metà puntata Marge entra in camera e Homer è sdraiato sul letto e ascolta Louie, Louie, e contro una parete c'è una libreria fatta di mattoni forati e assi di legno, con sopra dischi e libri ed il giradischi e altre cose; Marge lamenta che la libreria che avevano andava benissimo e Homer risponde che così fanno al campus e che, del resto, come soluzione non gli costa nulla, perchè ha fregato i foratini in un cantiere edile, e c'è uno stacco su un cantiere edile, con un cartello che dice FUTURE SITE OF CHILDREN'S HOSPITAL e un architetto o ingegnere che consulta progetti di fronte a una casetta prefabbricata da cantiere, e un capocantiere - che non è come tutti i capocantieri del mondo reale - burbero e volgare - ma è quasi geppettesco nell'aspetto, e tiene l'elmetto arancione in mano e ha la testa un po' chinata in trista deferenza - questo capocantiere si avvicina, alza la testa e dice Signore, mancano sei foratini, e l'architetto o ingegnere arrotola i fogli dei progetti e con voce mesta e rassegnata dice Allora non si farà l'ospedale: lo dirò ai bambini.

domenica, gennaio 15, 2006

XXIII, mug #2

Sempre sulla scrivania – questo invece è un regalo di laurea, un elemento di una serie di regali di laurea accomunati dal tema del maiale, ed infatti questo mug – che non è regolamentare, in forma, ma è troncoconico, più stretto alla base, e senza manico – questo mug ha una figura di maiale, solidamente modellata e alta come il mug stesso, che sporge rosa bianca ed arancione dalla tazza. [ho scoperto solo dopo lo svuotamento censuale che il maiale è in realtà estruso dalla parete del mug, e non modellato per aggiunta]
Pastelli, in diverso stato di appuntimento e di degrado del corpo: un verde chiaro, un verde chiaro ancora più tenue, un viola e un arancione. // Quattro penne non bic – tre nere e una rossa, e nessuna che scrive. // Un pennarello arancione. // Un rapido usa-e-getta, con la punta da 0,20 mm. // Due mozziconi di matita, molto corti, HB entrambi, accomunati anche dal rivestimento ottonato in fine, dove doveva esserci la gommetta rossa, che ora è solo traccia perché perduta - per spezzamento, non per usura. // E’ bene non si sappia che io ho in casa questo accessorio-di-strumentazione-costosa-di-dipartimento-universitario, una penna, diciamo, una penna per il palmare d’uno strumento per il rilievo GPS - questa penna è cicciotta e decorata da loghi e scritte della ditta che produce lo strumento, e tu premi in testa e ne esce una punta bianchissima di plastica per, appunto, lavorar di palmare. La perse il mio collega K., una volta, poi la si ritrovò e la si reincorporò nell’equipaggiamento – K. la perse ancora, e in qualche modo finì nelle mie cose, e me ne accorsi a distanza di mesi, dopo aver per un po’ deriso K. della sua trascuratezza. // Due lecca lecca, uno tondeggiante alla mela e uno cilindroide all’anguria (!), il secondo dei quali ha un fischietto per manico; sono entrambi regali - quelle situazioni di improvviso, contingente affetto tra amici o conoscenti, dopo un pomeriggio o una cena di particolare affiatamento, che pressochè mai si realizzano in durature amicizie o durature conoscenze. // Una gomma rotonda, da inchiostro. // Due elefantini di ebano, che mi sono portato dietro dall’Africa, con anelli da portachiavi piantati nella groppa; quello più piccolo è tutto nero, l’altro - poco più grande - ha un fianco striato dalle venature del legno, più chiare, d’un marroncino oleoso. // Un accumulo, sul fondo, di minuscolezze: un tappo di bic nera; un cilindretto, smussato da una parte e spezzato dall’altra, di gomma-da-culo-di-matita; la punta spezzata di un pastello viola-però-tendente-al-magenta; un pezzetto di plastica d’un cappuccio di penna; un pezzetto di legno secco; un bottone di vecchi pantaloni, poi diventati pantaloni da lavoro; un pezzo di cerniera di zaino; un disco di alluminio forato al centro, con una faccia liscia e una scanalata.

sabato, gennaio 14, 2006

XXII, mug #1

Uno dei due mug che tengo sulla scrivania - il mio preferito: un mug regolamentare, per forma e dimensioni, con disegnato un maiale bipede che ghigna, con gli occhi a palla un po’ insani, e tiene un mug in mano, e dietro c’è la scritta marrone COFFEE con le gocce di caffè che vengon giù.
Una bic nera, che non scrive, senza tappo. // Un pennarello TrattoGiovane arancione, che mi è rimasto nel marsupio durante una campagna di scavo, e la legittima proprietaria si sarà chiesta il suo set di pennarelli TrattoGiovani dai colori tenui che fine avrà mai fatto. // Un evidenziatore arancione. // Una pennarello verde a punta finissima. // Due pennelli piuttosto sottili – uno col pelo tagliato ridotto a poco più che un ciuffetto spelacchiato, e l’altro col pelo attaccato credo dai residui di missione, d’una volta che gioccatolai con la foglia d’oro. // Un mozzicone di matita HB lungo sei sette centimetri. // Cinque carte telefoniche italiane da 2,50 euro – decorate rispettivamente dal Kilimangiaro, dalla Grande Barriera Corallina, da due macchine premio, da quanto è facile amare la Telefonia Pubblica [sic.], dalla pubblicità di un sms service – e una télécarte francese da 50 scatti, con la pubblicità di un film con Al Pacino. // Una gomma da matita. // Un accendino marcato di strani loghi chimici e calzaturieri, che recenti avvicinamenti femminili mi hanno ricordato dovrei tenere sempre in tasca, nonostante io non fumi. // Il mio kazoo, graffiato e usurato e un po’ deformato dall’averlo portato molte volte in giro con lo scopo di farci casino, poi, da ubriachi. // [Però, l’accendino di prima non va] // Un ingegnoso meccanismo di sorpresa da Ovetto Kinder, una specie di sistema balestroide e gancesco per propellere una macchinina o qualcosa del genere - a destra del meccanismo c’è scritto GO!, e a sinistra GO! ancora, ed entrambe le scritte stanno tra i colori di fiamme e bandiere sventolate al traguardo // Una cerniera del mio zaino verde. // La palletta dorata di una corona di laurea. // Una rondella di metallo da cantiere, con una faccia incrostata di residui di vernice gialla. // Due tappi di bic nere.

domenica, gennaio 08, 2006

XXI, the Infinite Jest reader

Sto leggendo Infinite Jest - come le persone che mi circondano ben sanno - e Infinite Jest è un libro che tende ad ossessionare, ed è anche un oggetto al cui interno ci sono un bel po' di cose. Ad un certo punto - a pagina cinquecentoventisette - un personaggio dice: non sottovalutate gli oggetti. La narrazione prosegue, per una pagina circa, e poi lo stesso personaggio dice: non sottovalutare gli oggetti. Tieni conto degli oggetti. Il mondo, dopotutto, è molto vecchio, ed è fatto soprattutto di oggetti. Questo personaggio racconta infine una Storia Edificante - una storia che termina con una Morale, e questa Morale è di non sottovalutare gli oggetti.

sabato, gennaio 07, 2006

XX, verso lo spazio: h, in qualche modo opponendosi al digitale

Avevo questa reflex degli anni sessanta, a prestito – e in un paio d’anni avevo preso una mezza abitudine di uscire di casa ogni tanto per fare qualche foto, e finire più o meno regolarmente a Venezia, o nei dintorni residenziali del mio quartiere residenziale, a gironzolare senza meta, guardandomi in giro in cerca di dettagli curiosi e consumando, ad ogni sessione, un paio di birre o una bottiglia di vino rosso. Ad un certo punto, il Legittimo Proprietario – un fotografo amico e insegnante di fotografia di mia madre – il Legittimo Proprietario ad un certo punto, più per sentimento che per necessità, credo, me la chiede indietro, questa reflex.
Ed io ci resto male, un po’.
Solo dopo un anno abbondante mi viene in mente di guardare su ebay, e l’asta – pensa te – l’asta era prossima alla fine, sedici ore e poco più, ed ecco quindi una reflex dello stesso modello, perfetta, arrivarmi a casa velocissima, in un pacco imbottito.

Le prime foto fatte con la nuova reflex, dopo un anno di assoluto allontanamento da esposimetri e aperture di diaframmi; c’è la foto di Giobbe, scattata durante una processione in costume, e un primissimo piano di un battuto di cipolla rossa e prezzemolo ancora ammonticchiato al centro di un tagliere sfocato in distanza, e questa foto ha un colore cristallino, e i pezzetti di cipolla rossa sembrano fatti di vetro colorato; e poi son tutte foto rurali, la cui maggior parte è sfocata o scura o tutt’e’ddue, e da macchie nere e marroni spuntano gli occhi lucidi dei cagnetti nati da tre settimane – tredici foto, così, e le migliori del rullino – a parte il battuto di cipolle ed un paio di nature morte vegetali: un ramo di caco con i cachi ancora acerbi e delle surfinie violissime e umide - le migliori del rullino sono due foto d’un gatto anch’esso di poche settimane, una delle quali è la foto del che-cazzo-vuoi, perché su una distesa di ghiaia e ciuffi verdi c’è questo gatto, al centro, minuscolo, con un espressione in tutto e per tutto che-cazzo-vuoi. E poi c’è un’altra foto di gatto, e una gallina in cova, sfocata ma interessante per la prospettiva.

venerdì, gennaio 06, 2006

XIX, verso lo spazio: g, … e ti promettono grandi cose, e continenti interi, nel caso tu riesca a scioglierlo.

E quindi, in un unico agglomerato ingarbugliato e solidissimo:
Una matassa di una quindicina di metri di doppino telefonico, nero, la cui maggior lunghezza è ancora tenuta assieme da una fascetta di plastica di quelle che devi tagliare per togliere, e quattro cinque metri sono invece srotolati e liberi. // Un doppino telefonico, nero, lungo un paio di metri, e munito ad un capo di una salvifica presa tripolare, con il quale doppino giravo per gli edifici in cui risiedevamo, durante le montane campagne di scavo estive, in cerca di una presa del telefono utilizzabile, e con numeri di fortuna, trovati nel portatile non mio che avevo in affidamento, e che mi portavo sottobraccio, nella notte silente, mentre tutti dormivano; con i quali numeri e con il quale doppino riuscivo finalmente a connettermi. // Due cavetti audio, uguali nella lunghezza, da jack stereo da 3,5 mm a due prese RCA maschio – differiscono, questi cavetti, per il solo fatto che uno dei due ha i contatti dorati. // Due cavetti audio, uguali, da due RCA maschio a due RCA maschio. // Il cavetto per trasferire dati dal mio attuale cellulare Nokia al PC, e viceversa, e che non uso mai perché il software di gestione ha per il sistema un peso improponibile. // Un cavo USB per stampanti troppo, troppo corto. // Due lacci di spago postale bianco, uno molto lungo e uno molto corto – poco più che un brandello – tagliati con colpi di taglierino. // Un portachiavi di quelli che puoi portare a tracolla, pregiato merchandising di un importatore-fornitore di sopraffini strumenti per il rilievo e la topografia, con l’unico difetto che il moschettone terminale s’è, senz’aver subito sforzi apparenti, dimezzato. // Il cordoncino della coulisse di un paio di pantaloni di una tuta – è un tripudio di complementi, sì – tagliato anche questo con un colpo di taglierino. // Il cordoncino della coulisse del pile più comodo che ho, quello della Ditta, che da subito ha preso ad elongarsi per sfibramento senza però mai spezzarsi, e se all’inizio riuscivo ad arrotolarlo abbastanza saldamente attorno al fermo di plastica, questo spago aveva poi preso a penzolare elongato fin quasi a terra, e non era un bel vedere, ohimé. // Un laccetto che teneva chiusa una matassa di cavo o filo; gli archeologi lo chiamerebbero chiusino – ne usano un bel po’, di chiusini, per chiudere i sacchetti di cocci e ritrovamenti - ma scopro ora con un po’ di delusione che chiusini sono lastre di pietra o metallo, o griglia, che servono a coprir pozzetti, spec. quelli delle fogne [Enciclopedia Treccani, consultazione on-line, legg. modif. e pluralizzat.] // Un elastico a banda, d’un bianco un po’ malaticcio. // Due pezzi di pelle di cammello ritorta a formare due lacci per monili, comprati in Africa e che avrebbero dovuto essere stati oliati per mantenere la morbidezza originaria, mentre ora, invece, a tre anni di distanza, sono rigidi e un po’ mollosi.

giovedì, gennaio 05, 2006

XVIII, un oggetto della cui fine raccontare aneddoti, (1)

La mia macchina fotografica Nikon Lite Touch Zoom 70W AF da ottanta novanta euro, al tempo.
Eravamo quasi arrivati - avevamo superato l'erta salita, col sentiero a snodarsi come un budello tra le rocce, ed il più era fatto, solo un lungo piano inclinato ci separava dalla Meta, che si intuiva in fondo, più in alto; un piano inclinato leggermente incassato nel mezzo, una specie di conca prativa costellata di enormi massi erratici, cubi e aggettanze di roccia alti tre, quattro metri e isolati, e sotto una di quelle aggettanze avremmo voluto passare la notte, avevamo progettato di farlo nelle migliori delle nostre tensioni neanderthaliane, ma grazieaddìo un po' di buon senso e le prime avvisaglie di un'umidità enorme ed assoluta ci avevano consigliato di passarla abusivamente, la notte, nella casina della forestale, e l'unica concessione al lifestyle di cacciatori-raccoglitori è stata la raccolta - in un parco, protetto, certo - la raccolta di una quantità cospicua di cardi selvatici che poi, seduti di fronte alla casetta forestale su una panchetta trascinata fuori dalla casetta forestale, abbiamo curato di spini e scorze ed elementi vegetali troppo duri, riducendoli a poco o nulla in volume e sostanza, e alla fine se ne è ottenuto solo un modesto, insipido e soddisfacente contorno. Quindi ad un certo punto ho potuto tirare il fiato, all'apertura della conca-piano inclinato, e sgambettare abbastanza tranquillo verso la Meta, oltre i più grossi cubi di roccia e gli spunzoni più piccoli che a questi fanno da corona, mentre C. saltava da un cubo di roccia all'altro e curiosava in giro forte della sua maggiore resistenza fisica, e dopo una piccola salita ci siamo fermati sotto un vero sito mesolitico, il sito di Mondeval, un vero cubo di roccia aggettante e recintato e scavato dagli archeologi nel lontano ottantacinque eccetera, e la casetta forestale stava sulla sinistra, trecento metri forse in linea d'aria, sopra un'altra ripida salita tapezzata d'erba. Scarichiamo per terra gli zaini e sfiliamo una bottiglia d'acqua e beviamo, e appena tirato il fiato ci vien da pensare ma che insistente, piacevole aroma di pino mugo, e anche un po' di alcool, ed i sospetti si rivelano fondati perchè nella tasca di sopra del mio zaino - nella tasca di sopra, in mezzo ad alcuni oggetti da tenere a portata di mano, una piccola fiaschetta da giacca piena di grappa al pino mugo s'era rotto il collo, che abbiamo poi nella costernazione scoperto essere di vetro, all'interno del metallo; ed i miei oggetti da tenere a portata di mano galleggiavano nella grappa al pino mugo senza che una goccia di questa fosse andata perduta nello zaino, traspirando attraverso il tessuto effettivamente impermeabile - è per questo che la capacità degli zaini si misura in litri, immagino - e nella grappa al pino mugo c'erano le mie posate da viaggio, in realtà prese alle cinque di mattina dal cassetto della cucina di casa, e il cavatappi cavaturaccioli indispensabile in ogni situazione, e un sacchetto con un po' di carte su cui prendere qualche appunto, ogni tanto, e mozziconi di matita e penne bic che non avrebbero scritto più e la mia macchina fotografica Nikon Lite Touch Zoom 70W AF da ottanta novanta euro, al tempo, circondata da una modesta aura affettiva perchè me l'ero fatta comperare pochi giorni prima di partire per l'Africa, e per salvare disperatamente capra e cavoli e grappa al pino mugo e macchina fotografica abbiamo bevuto quanta più grappa al pino mugo possibile, prendendola con i cucchiai dalla tasca effettivamente, assolutamente impermeabile del mio zaino, e questa fedele e insabbiata e poi ingrappata macchina fotografica è stata tentativamente riesumata da mia madre, e dopo due tre foto è definitivamente morta, giacendo poi nel caos della mia scrivania, per mesi.

mercoledì, gennaio 04, 2006

XVII, verso lo spazio: f, i media

Un elenco, nulla più.
L'unico dvd originale che ho, American history X, che è un film che adoro, e che ho incrociato usato, un sei mesi fa, ad un prezzo veramente ridicolo. // Un cd su cui c'è scritto musica piacevole ma non ho capito cosa. // Due cd senza custodia, e senza dicitura alcuna. // Un cd di lavoro, con dentro i file d'alcuni pannelli pronti per la stampa, in formato EPS e colori CMYK e tra parentesi Postscript 2, e alle volte il mio collega K. è effettivamente molto preciso. // Due custodie scompagnate di cd musicali, tanto scompagnate che dentro la Dave Matthews Band ci sono le colonne sonore di Bregovic, e dentro Ozzy Osbourne c'è l'installabile di Grand Theft Auto San Andreas, il videogioco con i negri che si ammazzano*. // Due cd, con i divx di Hollywood party. // Cd installabili di programmi: Acrobat professional 7.0 + serial, GRASS + cygwin. // Una custodia di cd, vuota. // Un dvd non bene identificato**. // Un cd di film asiatici in formato divx, di A. // Un numero della rivista letteraria [letteraria?] Nuovi argomenti, prestatami da A. per un articolo su Pynchon.

* "il videogioco con i negri che si ammazzano" è una definizione di cui vado molto fiero, e che uso molto spesso.
** ad una verifica: nei due cd senza dicitura, in uno ci sono cose di lavoro - file e immagini e testi per dei pannelli, gli stessi che nell'altro cd, poi completi, erano in formato EPS e CMYK eccetera - nell'altro, l'intera discografia di Udo, in mp3; il dvd, è vuoto.

martedì, gennaio 03, 2006

XVI, verso lo spazio: e, sparsi oggetti

E, lentamente, si inizia a vedere il legno sottostante.
Denari: dieci centesimi più cinque centesimi più altri cinque centesimi, più due più uno uguale ventitré centesimi di euro. // Due plettri Dunlop, che per lo spessore – 1,14 e 0,96 millimetri – cercavo tanto. Una volta, il tasso di plettranza ambientale – la quantità di plettri sparsi in giro, appoggiati su libri e mensole e piccoli spazi spesso di superficie solo di poco più grande a quella di un plettro di forma e dimensione normale – il tasso di plettranza ambientale della mia stanza era una volta molto più elevato. // Il cappuccio della penna USB da 256 Mb. // Un pezzo di negativo sviluppato – il segmento di inizio rullino, ed una foto completamente nera, di quelle che scatti a vuoto per essere sicuro che il rullino abbia iniziato ad avvolgersi bene. // La SIM d’un provider di telefonia mobile diverso dal mio abituale, perché prima della campagna di scavo a L., abitato ridente e montano, m’ero informato dai colleghi, e sembrava che questa compagnia avrebbe risolto con la sua copertura i miei problemi di reperibilità, e dopo pochi giorni tutti costernati a dirmi: ma l’anno scorso era meglio, quest’anno invece sembra di no. // Una chiave spezzata - la parte superiore, quella con l'occhiello. // La chiave d’uno dei lucchetti della mia bicicletta. // Una vite da muro con testa a gancio. // Un dado a sei faccie. // I resti d’un cerotto di notevoli dimensioni – centimetri 6 x 10 – da cui ritagliavo piccoli pezzetti quando, lo scorso maggio, un elemento litico volante, grosso come una palla da golf, aveva raggiunto ad una notevole velocità il mio labbro superiore, sfasciandolo, ed io quindi per un paio di settimane ho dovuto proteggere i piccoli forellini dei punti dall’ingresso di materiale inquinante con, appunto, piccoli tasselli di cerotto, e prevenire così l’infezione. // Un monile d’imitazione celtica, in filo d’ottone ritòrto, la cui fattura non ho mai approvato, ed il fattore nemmeno. // Un adattatore per jack da 3,5 mm: da uno (maschio) a due (femmine). // Un set di piccoli cacciaviti a stella, dai manici in metallo che, molto spesso, rendono infattibili i lavori che richiedono una certa forza di torsione. Nella custodia tintinnano vitine tolte da diversi, credo, aggeggi informatici.

lunedì, gennaio 02, 2006

XV, verso lo spazio: d, cancelleria sparsa

La quale, invece, dovrebbe stare in uno dei mug alla cancelleria adibiti, o nel primo cassetto sotto la scrivania.
Due pastelli: uno azzurro, uno verde bottiglia (circa), col quale ogni tanto sottolineo. // Due bic nere, del modello base. // Due altre penne, diverse, una nera e una blu. // Un pennarellone indelebile, nero. // Un pennarello indelebile a punta fine, viola, di quelli per scrivere sui cd. // Il mio taglierino preferito. // Una matita a mine 0,5. // Una gomma da matita, verde, ormai inutilizzabile per la secchezza raggiunta, e deforme, non più neanche lontanamente rettangolare; a penna blu, su una faccia, c’è scritto ALESS, che dovrebbe essere la persona a cui l’ho fregata. // Uno stick di colla. // Un rotolino quasi finito di nastro adesivo rimovibile. // Un mazzetto di post-it dei più piccoli, gialli, che chissà com’è finito qui ché io, i post-it, mi stanno anche un po’ sul cazzo.

domenica, gennaio 01, 2006

XIV, verso lo spazio: c, ultimi cartacei

Proprio due cose, per riprendere il via.
Una busta dell'Università, che doveva contenere l'avviso che mi intimava di andare a ritirare la materializzazione cartacea della mia laurea - il pezzo di carta, per il quale tanto s'è lottato. Mi si intimava, sì, perchè loro se la prendono comoda, e si fanno vivi dopo sedici mesi, ma, quando si fanno vivi, ti dicono o lei viene entro un mese dalla presente, oppure noi lo archiviamo, e sono schei da sganciare. // Una busta contenente paccottiglia d’offerte del mio fornitore di servizi di telefonia mobile. // Un estratto conto, dalla mia banca, sulla cui busta C. mi spiega passo passo, a matita, come scaricargli da un sito di informazione scientifica alcuni dati sulla resistenza ad alcuni erbicidi d’alcune erbacce infestanti.