Tutto il minuto materiale cartaceo che, nonostante le sue dimensioni, fa mucchio e cumulo e, spesso, tumulo sulla scrivania; parte prima: biglietti, e poco più
Sette biglietti del treno, coinvolgenti diverse stazioni - Padova, Vicenza, Roma Termini, Falconara Marittima, Alano-Fener-Valdobbiadene, Tortona, Bologna Centrale, Jesi – e diversi momenti dell’anno in via di chiudersi. Sette biglietti del treno, quindi: sette segnalibri. // Cinque biglietti del treno, chilometrici, da cinquanta chilometri; tre da quaranta; un abbonamento settimanale da cinquanta. // Un biglietto di macchinetta-biglietteria veloce, di ritorno da Montebelluna. // Dieci più undici biglietti dell’autobus, usati – undici, ancora attaccati in forma di carnet. // Anche se i biglietti grandi, del treno, li conservo come segnalibri, fino a qui, se fumassi, avrei un certo patrimonio in carta da filtro. // Alcuni biglietti stropicciati come fossero usati, ma che usati non sono: due d’autobus, e un ferroviario chilometrico da cinquanta chilometri; come trovare cinque euro in una tasca di pantaloni dismessi. // Un biglietto di linea urbana bolognese, e una corsa semplice delle autolinee anconitane. // Il biglietto, comprato da un bagarino, per il Salone Internazionale dell’Industrializzazione Edilizia di Bologna, 2005, ed una relativa cedola. // Due libretti intonsi di biglietti per le escursioni in Altopiano: biglietti interi e biglietti ridotti, mai usati perché, in realtà, io avevo i miei, di libretti già iniziati, ma quel giorno, nell’improvvisa assenza d’altra guida, essi erano a casa, a Padova, lontani da me. // Un buono valido per un panino omaggio, dal lunedì al venerdì, fino al 15 luglio. Di un kebabbaro che non pratico, e quindi non usato, e pur’anco scaduto. // Pass e tessere: del Centro d’Arte degli Studenti dell’Università di Padova, per poi vedere gratis un concerto di musica klezmer; di un festival celtico tipicamente nordestino, perché ci ho lavorato con la Ditta; dello stesso festival celtico nordestino, ma non plastificato e provvisorio, perché il mio un giorno l’ho scordato a casa; del Festival dell’Archeologia dalla Ditta organizzato, da me concepito e stampato e plastificato, il pass; infine, l’abbonamento a dieci caffè-e-brioches in un bar di Vicenza vicino al cantiere storico della Ditta, mai fruito oltre il primo timbro per improvvisa cessazione dell’attività ristorativa stessa. // Biglietti da visita: del mio datore di lavoro, del mio tecnico informatico di fiducia, di un ristorante di cucina singaporiana, di una catena di pub che offrono il galletto come piatto de la maison. // Scontrini e ricevute diversi, di bar e copisterie e negozi di informatica di fiducia e tavole calde, nel sempre magico e stupefacente trasformarsi della carta moneta – e del solo metallo, spesso – in scontrini e fatture; pensavo una volta che avvenisse solo dei valori contenuti nel portafoglio – quante volte, quante: aprivi le due valve di pelle credendole proteggere tasche ricolme di danarume e scheità con i quali prontamente poter’acquistare beni, servizi e proprietà; ed invece le scoprivi piene di carta, di carta straccia e, peraltro, di pessima qualità! Pensavo di aver risolto il problema smettendo di usare il portafoglio, tenendo filigrane ed argenti tra tasche e scrivania e fondi di zaini e saccocce, ma niente: la trasmutazione continua ad avvenire, in un’inversione di senso materiale che farebbe ammattire un alchemista. //
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