La mia macchina fotografica Nikon Lite Touch Zoom 70W AF da ottanta novanta euro, al tempo.
Eravamo quasi arrivati - avevamo superato l'erta salita, col sentiero a snodarsi come un budello tra le rocce, ed il più era fatto, solo un lungo piano inclinato ci separava dalla Meta, che si intuiva in fondo, più in alto; un piano inclinato leggermente incassato nel mezzo, una specie di conca prativa costellata di enormi massi erratici, cubi e aggettanze di roccia alti tre, quattro metri e isolati, e sotto una di quelle aggettanze avremmo voluto passare la notte, avevamo progettato di farlo nelle migliori delle nostre tensioni neanderthaliane, ma grazieaddìo un po' di buon senso e le prime avvisaglie di un'umidità enorme ed assoluta ci avevano consigliato di passarla abusivamente, la notte, nella casina della forestale, e l'unica concessione al lifestyle di cacciatori-raccoglitori è stata la raccolta - in un parco, protetto, certo - la raccolta di una quantità cospicua di cardi selvatici che poi, seduti di fronte alla casetta forestale su una panchetta trascinata fuori dalla casetta forestale, abbiamo curato di spini e scorze ed elementi vegetali troppo duri, riducendoli a poco o nulla in volume e sostanza, e alla fine se ne è ottenuto solo un modesto, insipido e soddisfacente contorno. Quindi ad un certo punto ho potuto tirare il fiato, all'apertura della conca-piano inclinato, e sgambettare abbastanza tranquillo verso la Meta, oltre i più grossi cubi di roccia e gli spunzoni più piccoli che a questi fanno da corona, mentre C. saltava da un cubo di roccia all'altro e curiosava in giro forte della sua maggiore resistenza fisica, e dopo una piccola salita ci siamo fermati sotto un vero sito mesolitico, il sito di Mondeval, un vero cubo di roccia aggettante e recintato e scavato dagli archeologi nel lontano ottantacinque eccetera, e la casetta forestale stava sulla sinistra, trecento metri forse in linea d'aria, sopra un'altra ripida salita tapezzata d'erba. Scarichiamo per terra gli zaini e sfiliamo una bottiglia d'acqua e beviamo, e appena tirato il fiato ci vien da pensare ma che insistente, piacevole aroma di pino mugo, e anche un po' di alcool, ed i sospetti si rivelano fondati perchè nella tasca di sopra del mio zaino - nella tasca di sopra, in mezzo ad alcuni oggetti da tenere a portata di mano, una piccola fiaschetta da giacca piena di grappa al pino mugo s'era rotto il collo, che abbiamo poi nella costernazione scoperto essere di vetro, all'interno del metallo; ed i miei oggetti da tenere a portata di mano galleggiavano nella grappa al pino mugo senza che una goccia di questa fosse andata perduta nello zaino, traspirando attraverso il tessuto effettivamente impermeabile - è per questo che la capacità degli zaini si misura in litri, immagino - e nella grappa al pino mugo c'erano le mie posate da viaggio, in realtà prese alle cinque di mattina dal cassetto della cucina di casa, e il cavatappi cavaturaccioli indispensabile in ogni situazione, e un sacchetto con un po' di carte su cui prendere qualche appunto, ogni tanto, e mozziconi di matita e penne bic che non avrebbero scritto più e la mia macchina fotografica Nikon Lite Touch Zoom 70W AF da ottanta novanta euro, al tempo, circondata da una modesta aura affettiva perchè me l'ero fatta comperare pochi giorni prima di partire per l'Africa, e per salvare disperatamente capra e cavoli e grappa al pino mugo e macchina fotografica abbiamo bevuto quanta più grappa al pino mugo possibile, prendendola con i cucchiai dalla tasca effettivamente, assolutamente impermeabile del mio zaino, e questa fedele e insabbiata e poi ingrappata macchina fotografica è stata tentativamente riesumata da mia madre, e dopo due tre foto è definitivamente morta, giacendo poi nel caos della mia scrivania, per mesi.
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